Caro Giulio de Gennaro,
So bene che non ci conosciamo. Forse nemmeno mi leggerai. Ma io fin da bambino custodisco il sogno di fare il giornalista.
Trentadue anni e un mare di cazzate; sicuramente quel tesserino non lo prenderó mai.
Eppure, caro Giulio, appartieni ad una categoria che invidio e idolatro; siete precisi, seri, onesti, sempre pronti a raccontare quel che il mondo non conosce.
L'idea di veicolare un'informazione e nutrire il lettore di una novità è come la percezione di un nuovo sapore; come godere della visione di un miracolo.
E' un lavoro splendido, ma pericoloso.
Non conosco molto della tua storia; ma ho ascoltato il tuo pregevole articolo su Napoli e l'orologio della signora Cavani; ne sono rimasto colpito. Giulio, e chiamarsi Giulio fa sempre riflettere almeno per longevità e onestà, ho veramente apprezzato il tuo schierarti.
Il tuo paragone tra le rapine transalpine e quelle partenopee è cosí forte e diverso, da farmi sognare come facevo da bambino.
Non conosco nemmeno il tuo volto Giulio, se tu sia giovane, vecchio, poco intelligente o molto, se tu sia figlio di gente colta oppure plausibili alternative trascendentali metaforicamente avvicinabili ad un pezzo di basalto che in molti chiamano marciapiede; peró so che hai avuto il coraggio di schierarti.
Il tuo articolo non è relativo al gossip, ma alla conoscenza di fatti a noi non chiari. Per noi i legami tra calcio e camorra non ci sono. Noi di calcio viviamo, siamo puliti; viviamo nella città piú bella del mondo, normale che in molti ci sputino sopra. Si chiama invidia.
Ma tu Giulio vai oltre e io ti apprezzo. Sarebbe facile nascondersi, invece tu parli chiaramente di legami tra Cavani e la camorra.
Le possibilità sono due: o hai scritto il tuo articolo conoscendo fatti da riportare in un'aula giudiziaria, da denunciare in un commissariato di Polizia per la loro gravità, accostando Cavani agli ambienti camorristici; oppure d'estate hai fatto come me, hai bevuto troppa birra, forse eri distratto dal sole al mare, e inventato tutto. Ma io non faccio il giornalista.
Caro Giulio, stai correndo dei rischi grandissimi con le tue parole, e da buon e onesto napoletano ti ammiro. Sei grande, un grande giornalista.
Ora corri, afferra una penna e scrivi al mondo intero cosa sai dei legami tra Cavani e la camorra. Abbiamo bisogno di gente come Saviano.
Viva Napoli, della camorra ne abbiamo le palle piene, ma dei sospetti anche di piú. Verità, dicci la verità...
Cordiali saluti
Domenico Serra
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martedì 14 agosto 2012
lunedì 21 maggio 2012
Capodanno a Napoli il 20 maggio
La crisi si fa sentire. Dal barbiere di Vidal dormiente a metà; dalla terna arbitrale ubriaca; dal monosopracciglio di Agnelli lettore; dalla faziosità delle pubblicità garibaldine; da una finale che diventa un addio a Del Piero; ma anche dalle lezioni di calcio di Goran Pandev. Il Napoli impara ad addormentare le partite stagionalmente troppo tardi. Forse l'ingresso del mediocre, accidioso e volgare Quagliarella, non è quella di Drogba. Ma Conte non è Di Matteo. Qui comincia la storia del Napoli, termina la carriera culturale di questo piccolo ragazzo che mai ha chiarito il perchè della sua fuga. La strada conosce la verità... Tantissimo da recriminare per una stagione giocata divinamente. Con qualche passo falso perdonabile. Il gesto di Maggio e di Dossena, che a fine partita non attaccano, ma corrono verso la bandierina, insegnano cosa sia il calcio; ma soprattutto quanto sia cresciuta questa squadra.
Spero solo che quelle lacrime non mi facciano troppo male. Quel mezzo scugnizzo; quell'argentino insulso sotto porta; con la sua accelerazione ha deciso la coppa. Non riesco ad immaginare un Napoli senza di lui, proprio non riesco. E provo a credere che sia solo un gioco per un aumento di contratto; ma tutti sappiamo che non è così. Resta, se proprio puoi, resta Pocho...
Spero solo che quelle lacrime non mi facciano troppo male. Quel mezzo scugnizzo; quell'argentino insulso sotto porta; con la sua accelerazione ha deciso la coppa. Non riesco ad immaginare un Napoli senza di lui, proprio non riesco. E provo a credere che sia solo un gioco per un aumento di contratto; ma tutti sappiamo che non è così. Resta, se proprio puoi, resta Pocho...
Domenico Serra
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venerdì 16 marzo 2012
Il Napoli eliminato da una buca sul prato di Fuorigrotta
Ho pianto come dopo Villareal, ma le emozioni del mio volto sono state sicuramente diverse. Mi sono nascosto, ho atteso che i miei amici andassero via. Il calcio è così mi ripeto. E mentre Vladimir acquista una rielezione, ascolto i buffoni che sparano fuochi d'artificio nella mia Napoli. Quant'è sporco il calcio. Quanto è difficile unirsi contro una corazzata che gestisce il macropotere economico di interi continenti. Noi pensiamo al calcio...
E mentre gli elogi a Di Matteo dominano la scena, affondo in quelli rivolti ad un ragazzino vestito da arbitro, che ha saputo gestire una partita accompagnando il Napoli per mano in una fila di scuola. Doppia personalità. L'anziano Chelsea vince, ma non andrà lontano. Gli occhi di Walter sono inghiottiti di lacrime come i miei. E sono sinceri. Ne ho visti pochi stasera, soprattutto tra coloro che parlano ai microfoni. Il Napoli è una squadra folle. Riesce a perdere una partita che poteva demolire. Alla parola inesperienza di Paolo Rossi, De Laurentis reagisce con una rabbia meridionale che mi riempie d'orgoglio. Ma la verità è che siamo fuori. Avrei voluto non esultare al goal di Inler, cercare di contenere le mie emozioni fino alla fine.
Finisco col tornare a pensare ad un arbitro instabile; poi la mente torna a Fuorigrotta, ad una buca che ci ha buttato fuori. Quel maledetto falso rimbalzo... Questa è una di quelle delusioni che ti porta quasi a stracciare gli avversari in campionato, a concentrarti, ad avere una cattiveria che prima non avevi. Il Napoli ne esce alla grande e io, io vado a Capodichino come se avessimo vinto. Ma diciamocelo onestamente, il Chelsea ha avuto anche un gran c...
Domenico Serra
E mentre gli elogi a Di Matteo dominano la scena, affondo in quelli rivolti ad un ragazzino vestito da arbitro, che ha saputo gestire una partita accompagnando il Napoli per mano in una fila di scuola. Doppia personalità. L'anziano Chelsea vince, ma non andrà lontano. Gli occhi di Walter sono inghiottiti di lacrime come i miei. E sono sinceri. Ne ho visti pochi stasera, soprattutto tra coloro che parlano ai microfoni. Il Napoli è una squadra folle. Riesce a perdere una partita che poteva demolire. Alla parola inesperienza di Paolo Rossi, De Laurentis reagisce con una rabbia meridionale che mi riempie d'orgoglio. Ma la verità è che siamo fuori. Avrei voluto non esultare al goal di Inler, cercare di contenere le mie emozioni fino alla fine.
Finisco col tornare a pensare ad un arbitro instabile; poi la mente torna a Fuorigrotta, ad una buca che ci ha buttato fuori. Quel maledetto falso rimbalzo... Questa è una di quelle delusioni che ti porta quasi a stracciare gli avversari in campionato, a concentrarti, ad avere una cattiveria che prima non avevi. Il Napoli ne esce alla grande e io, io vado a Capodichino come se avessimo vinto. Ma diciamocelo onestamente, il Chelsea ha avuto anche un gran c...
Domenico Serra
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mercoledì 14 marzo 2012
Napoli e Londra un viaggio solo nei sogni
“chi l’avrebbe detto prima che io
un giorno sarei andato dietro a te
come quando un uomo cerca dio
questa corsa
non ha senso
se il senso l’ho gia’ perso
dietro te.” [Londra brucia cit. Negramaro]
Non sappiamo quanto brucerà l’animo dei londinesi, ma questa canzone nelle mie cuffie bluetooth sotto casco, in una giornata di sano vento in quel di via Caracciolo, sembra un presagio positivo.
Proseguo dopo il semaforo rosso, maestro d’ispirazione. Il sole costringe alla mia vista di aguzzare pur di ammirare il Castel dell’Ovo.
E’ una di quelle visioni che qualsiasi visitatore, passante, residente, cittadino, è costretto ad ammirare come se fosse la prima volta. E’ sempre la prima volta quando l’osservi.
Chissà il tempo a Londra… Sotto il mio abito classico si nasconde la maglia giallo-borbonica, con alle spalle il numero due di Gianluca Grava. Nessuno può vederla. Ma c’è.
Il vento non nasconde un sano sole primaverile fuori stagione, tantomeno la paura fottuta percepita in ogni angolo partenopeo.
Molti sono pronti per la partenza. Londra aspetta almeno cinquemila tifosi.
La misteriosa procedura per acquistare onestamente un biglietto per assistere alla sfida col Chelsea, risulta meno credibile, del ritrovare l’uovo che sostiene le fondamenta del nostro famoso castello.
Chissà com’è cresciuto in oltre duemila anni quell’uovo. Oggi potrebbe assomigliare ad un pallone, dico forse… Eufemismo in piena Quaresima, forse da evitare.
Il Chelsea è troppo forte per noi, eppure molti hanno esultato quando due urne si sono combinate plasmando il destino. Potremmo divenire una delle otto squadre più forti di mezzo mondo.
E’ solo una partita di calcio? E’ il sogno che può destabilizzare il concetto di potere mediatico sportivo argentino su Napoli. E’ una strada molto lunga. Ma fatta di classe e cuore. Percorriamola…
Domenico Serra
un giorno sarei andato dietro a te
come quando un uomo cerca dio
questa corsa
non ha senso
se il senso l’ho gia’ perso
dietro te.” [Londra brucia cit. Negramaro]
Non sappiamo quanto brucerà l’animo dei londinesi, ma questa canzone nelle mie cuffie bluetooth sotto casco, in una giornata di sano vento in quel di via Caracciolo, sembra un presagio positivo.
Proseguo dopo il semaforo rosso, maestro d’ispirazione. Il sole costringe alla mia vista di aguzzare pur di ammirare il Castel dell’Ovo.
E’ una di quelle visioni che qualsiasi visitatore, passante, residente, cittadino, è costretto ad ammirare come se fosse la prima volta. E’ sempre la prima volta quando l’osservi.
Chissà il tempo a Londra… Sotto il mio abito classico si nasconde la maglia giallo-borbonica, con alle spalle il numero due di Gianluca Grava. Nessuno può vederla. Ma c’è.
Il vento non nasconde un sano sole primaverile fuori stagione, tantomeno la paura fottuta percepita in ogni angolo partenopeo.
Molti sono pronti per la partenza. Londra aspetta almeno cinquemila tifosi.
La misteriosa procedura per acquistare onestamente un biglietto per assistere alla sfida col Chelsea, risulta meno credibile, del ritrovare l’uovo che sostiene le fondamenta del nostro famoso castello.
Chissà com’è cresciuto in oltre duemila anni quell’uovo. Oggi potrebbe assomigliare ad un pallone, dico forse… Eufemismo in piena Quaresima, forse da evitare.
Il Chelsea è troppo forte per noi, eppure molti hanno esultato quando due urne si sono combinate plasmando il destino. Potremmo divenire una delle otto squadre più forti di mezzo mondo.
E’ solo una partita di calcio? E’ il sogno che può destabilizzare il concetto di potere mediatico sportivo argentino su Napoli. E’ una strada molto lunga. Ma fatta di classe e cuore. Percorriamola…
Domenico Serra
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mercoledì 7 marzo 2012
Paolo Cannavaro è un giocatore del Napoli
Fui scettico. Lo sono stato per anni.
Eppure quest’umile ragazzo, vissuto nascosto nella piccola ombra di un immenso fratello, ha saputo attendere l’ora saggia per stupire.
Offese e fischi, malinconiche disapprovazioni mediatiche, eppure lui è ancora lì, ad anticipare campioni, a salire dalla difesa con maestria, a fare dei lanci preziosi che Fabio si sognava col binocolo.
Quand’ero piccolo se ne parlava spesso del biondo fratellino di Fabio Cannavaro. Le voci erano promettenti. Così come i beffardi sorrisi al suo arrivo ai piedi del Vesuvio.
I muscoli del capitano, come direbbero gli amici immortali di banana republic, sono quelli di un uomo onesto e timido. Ma un capitano sano.
Uno di quelli che forse alza poco la voce, ma che conosce la storia del nostro gruppo.
Uno che deve tanto a Mazzarri, ma che non ha mai smesso di costruire i sogni di un Regno dimenticato nell’unità d’Italia.
Cannavaro c’è stato quasi sempre, tra sorrisi di sfide impossibili vinte e sconfitte come col Benfica.
E’ l’eroe, il vero artefice del nostro talento, il legame col passato, il disegnatore di ogni vittoria e di ogni sconfitta.
Il numero uno dei palleggiatori. E lui sa il perché.
Ancora grazie Paolo Cannavaro.
Domenico Serra
Eppure quest’umile ragazzo, vissuto nascosto nella piccola ombra di un immenso fratello, ha saputo attendere l’ora saggia per stupire.
Offese e fischi, malinconiche disapprovazioni mediatiche, eppure lui è ancora lì, ad anticipare campioni, a salire dalla difesa con maestria, a fare dei lanci preziosi che Fabio si sognava col binocolo.
Quand’ero piccolo se ne parlava spesso del biondo fratellino di Fabio Cannavaro. Le voci erano promettenti. Così come i beffardi sorrisi al suo arrivo ai piedi del Vesuvio.
I muscoli del capitano, come direbbero gli amici immortali di banana republic, sono quelli di un uomo onesto e timido. Ma un capitano sano.
Uno di quelli che forse alza poco la voce, ma che conosce la storia del nostro gruppo.
Uno che deve tanto a Mazzarri, ma che non ha mai smesso di costruire i sogni di un Regno dimenticato nell’unità d’Italia.
Cannavaro c’è stato quasi sempre, tra sorrisi di sfide impossibili vinte e sconfitte come col Benfica.
E’ l’eroe, il vero artefice del nostro talento, il legame col passato, il disegnatore di ogni vittoria e di ogni sconfitta.
Il numero uno dei palleggiatori. E lui sa il perché.
Ancora grazie Paolo Cannavaro.
Domenico Serra
domenica 15 gennaio 2012
IL DOMENICO SPORTIVO. Serra: “Silenzio o prove. In Italia prima dei tre reati di giudizio c’è il reato di giornale”
Silenzio o prove; io me ne fotto e palleggio in cameretta col pallone di spugna.
Nella vita è tutto legato ad un filo sottile d’apparenza, tutto dipende da come racconti la tua storia [cit. Orson Welles].
Captain Tsubasa, un celebre manga giapponese del famosissimo Yoichi Takahashi, continua a stupirmi per quanto stia diventando conosciuto.
Le partite stanno diventando interminabili anche dopo i novanta, i confini del potere calcistico si stanno modificando, i guardalinee divenuti giudici con bandierine rosa mentre quei Candidi e onesti “direttori d’equilibrio decisionale” sono partiti per terre migliori. Le indagini collimano su Napoli Parma del 4 aprile 2010. Gianello, uno dei presunti scommettitori, non fu convocato per la sfida. Ma resta ancora oggi principale accusato. Nell’esame attento della verità mai accusare nemmeno chi ha un briciolo di sospetto. Il volume di gioco che si registrò tra primo e secondo tempo è da verificare. Sacrosanto. Anche se in contropiede quella sconfitta fu meritata. Queste indagini dovrebbero restare segrete. In Italia prima dei tre reati di giudizio, c’è il reato del giornale, che ti appioppa quello che gli conviene e gli viene suggerito.
Napoli si incazza ancora, consuma l’espirazione di giocatori coi guantoni per distribuire confessioni che sembrano canti alla ricerca di pettegolezzi, per deviare l’attenzione da immensi problemi come il probabile taglio del format del Grande Fratello o di piccoli piccoli, come la votazione per comprare la libertà di colpevoli non arrestabili perché dinanzi al nome hanno la scritta On. E mentre noi godiamo di una qualificazione immeritata in coppa Italia, dove Rosati non ha esultato, Cavani ha saltato invece di gioire per la rete, Donadel ha giocato tra i fischi, Dzemaili ha guidato il gioco, il mondo dei ricchi politici del calcio analfabetizzati assegna a Napoli un bagno di ridimensionamento.
Io continuo a palleggiare con una palla di spugna in cameretta, la scrivania sarà sempre una porta regolamentare, come nelle simulazioni col mio fratellino alto quanto una cocozza emiliana. Questa mia ingenuità mi ha fatto amare il calcio, dovrei accantonarla. Dovrei accettare che nei secondi tempi uno Strasser può diventare Carla Fracci se gioca contro l’azienda che ne detiene la proprietà; mentre un Cigarini cerca di spezzare le gambe ad un dipendente uruguaiano della sua stessa azienda. E ora vado a palleggiare col pallone di spugna…
Questi geni opinionisti, questi mistificatori del male, questi falsi giornalai, questi conduttori di violenza sportiva, più che amanti ed esperti di calcio, sembrano geni del basket, capaci di fare continuamente canestro da tre punti, in un cesto che di questi tempi, è sempre più simile ad un bidet.
E il cartone giapponese sopra citato era Holly e Benji. Visto come cambia tutto?
Stanno umiliando un popolo che è troppo sano per restare zitto.
Silenzio o prove, solo silenzio o prove.
E il cartone giapponese sopra citato era Holly e Benji. Visto come cambia tutto?
Stanno umiliando un popolo che è troppo sano per restare zitto.
Silenzio o prove, solo silenzio o prove.
giovedì 3 novembre 2011
Bayern Monaco – Napoli 3 – 3
Tabellini: 17′, 23′ e 42′ Gómez (B), 45′ e 34′ st Fernández (N), 94′ st De Sanctis (N).
Avrei voluto vederli vincere a Monaco per poi schierare il Napoli primavera contro la Juventus.
Monaco ha stravolto la mia considerazione sulle qualità tattiche di Walter Mazzarri. E’ stato perfetto.
La difesa a quattro, la posizione di Cavani, quella di Lavezzi, la sostituzione di Aronica, i compiti dei nuovi centrocampisti. Forse
giocare cinque minuti in dieci è stato un assurdo, la lentezza nelle sostituzioni è un handicap pagato a caro prezzo.
Il problema nasce in campo, un anno fa Pazienza e Yebda coprivano porzioni di campo superiori rispetto a quello che fanno Inler e
Dzemaili, che per caratura tecnica sono irraggiungibili, sia chiaro; ma i movimenti orizzonatali proprio non li hanno mai fatti.
Alcuni errori arbitrali ci condannano, certo non lapalissiani come all’andata, ma comunque determinanti.
Poi è impensabile che nel 2011 il calcio venga strumentalizzato dai guardalinee, dai giudici di linea che sembrano steward impauriti,
ma soprattutto da ritardatari racchettapalle. Il tempo attivo di una partita è condizionato da dei ragazzini delle giovanili della
squadra in casa. Ma per voi non è uno schifo? Mettiamoci gli operai in cassa integrazione! Quando giocavamo sui campi d’asfalto, tra
siringhe, sporcizia, e auto abbandonate, le ragazzine attorno che ci guardavano o gli scarsi scartati, restituivano il pallone
immeditamente, al di là del tifo, interessi o altro.
Le statistiche di fine partita segnano Hamsik a 12000 metri percorsi, Inler 11780. Gargano avrebbe fatto almeno un chilometro in più e
nel calcio conta veramente tanto.
Un po’, ma solo un po’, mi manca Michele Pazienza.
Meno male che De Sanctis ha segnato all’ultimo minuto, l’Allianz di simil carta Foxy, è diventato azzurro. Che goal assurdo, mi ha
ricordato il goal di Grava col Lecce un anno fa… Sarebbe stato meglio perdere, tanto col City, dobbiamo vincere comunque.
E ora tutti al San Paolo, io spero a bordo campo per donare a Gianluigi Buffon, un bel libro sulla storia del Regno delle due Sicilie,
uno di quelli comprensibili anche per chi non ha un diploma regolare…
Ci sono tante cose comprabili, un esercito, una Alena, un diploma, uno stadio, un Quagliarella, ma non la fede sportiva…
Ci siamo…
Domenico Serra
Avrei voluto vederli vincere a Monaco per poi schierare il Napoli primavera contro la Juventus.
Monaco ha stravolto la mia considerazione sulle qualità tattiche di Walter Mazzarri. E’ stato perfetto.
La difesa a quattro, la posizione di Cavani, quella di Lavezzi, la sostituzione di Aronica, i compiti dei nuovi centrocampisti. Forse
giocare cinque minuti in dieci è stato un assurdo, la lentezza nelle sostituzioni è un handicap pagato a caro prezzo.
Il problema nasce in campo, un anno fa Pazienza e Yebda coprivano porzioni di campo superiori rispetto a quello che fanno Inler e
Dzemaili, che per caratura tecnica sono irraggiungibili, sia chiaro; ma i movimenti orizzonatali proprio non li hanno mai fatti.
Alcuni errori arbitrali ci condannano, certo non lapalissiani come all’andata, ma comunque determinanti.
Poi è impensabile che nel 2011 il calcio venga strumentalizzato dai guardalinee, dai giudici di linea che sembrano steward impauriti,
ma soprattutto da ritardatari racchettapalle. Il tempo attivo di una partita è condizionato da dei ragazzini delle giovanili della
squadra in casa. Ma per voi non è uno schifo? Mettiamoci gli operai in cassa integrazione! Quando giocavamo sui campi d’asfalto, tra
siringhe, sporcizia, e auto abbandonate, le ragazzine attorno che ci guardavano o gli scarsi scartati, restituivano il pallone
immeditamente, al di là del tifo, interessi o altro.
Le statistiche di fine partita segnano Hamsik a 12000 metri percorsi, Inler 11780. Gargano avrebbe fatto almeno un chilometro in più e
nel calcio conta veramente tanto.
Un po’, ma solo un po’, mi manca Michele Pazienza.
Meno male che De Sanctis ha segnato all’ultimo minuto, l’Allianz di simil carta Foxy, è diventato azzurro. Che goal assurdo, mi ha
ricordato il goal di Grava col Lecce un anno fa… Sarebbe stato meglio perdere, tanto col City, dobbiamo vincere comunque.
E ora tutti al San Paolo, io spero a bordo campo per donare a Gianluigi Buffon, un bel libro sulla storia del Regno delle due Sicilie,
uno di quelli comprensibili anche per chi non ha un diploma regolare…
Ci sono tante cose comprabili, un esercito, una Alena, un diploma, uno stadio, un Quagliarella, ma non la fede sportiva…
Ci siamo…
Domenico Serra
venerdì 28 ottobre 2011
IL DOMENICO SPORTIVO. Serra: "De Sanctis tra i migliori in Europa, Hamsik ci sta facendo giocare in dieci"
Credevo
che Guardiagrele fosse in provincia di Chieti, oggi so che è in
provincia di Marte. Il Napoli è la migliore squadra del campionato, ha
detto Guidolin, ma solo se ha la coscienza dei suoi limiti,
aggiungerei. Questa è una squadra che deve produrre troppo per vincere,
sembra non avere ancora un consacrato cinismo, soprattutto con le
piccole squadre. La vittoria passa da un Morgan De Sanctis che decide le
partite, peggio di Massimo De Santis; con onestà e surreale
professionalità, dominando la scena. E' in questo momento uno dei
migliori portieri d'Europa; da un Cavani che si impegna oltre limite,
che con pochissimi movimenti può diventare unico: sui cross, le
sovrapposizioni, gli inserimenti laterali, non attacca mai il primo
palo, ma si sposta sempre verso il dischetto; da un Hamsik svogliato,
geniale, ma in questo momento accademico, forse distratto dall'essersi
reso conto d'essere un po' superiore; quasi come un'opera del colore di
Stendhal. Ci fa giocare in dieci, almeno per ora; da un Lavezzi da
inchino in doppia cifra. Torna a segnare piegato, curvato, chinato, come
a Cagliari una stagione fa, scoordinato e innaturale, ma spinto come un
guappo a poter osservare le stelle. Ho la sensazione che stiamo
assistendo ad una mutazione di stile, il Napoli sta imparando a vincere
gestendosi; sono certo sia un processo moderato e lento, ma che riuscirà
a trasformarci in una squadra europea: lo stiamo lentamente
diventando. Ora è l'ora delle riserve e di una panchina meno svizzera e
più slovacca...
Fonte: Azzurrissimo
Fonte: Azzurrissimo
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sabato 22 ottobre 2011
Ai confini del razzismo
Da calciatore spezza gamba di Buriani, ad allenatore goliardico spezza Italia.
Luigi Castaldo, nato a Giugliano, ad un passo da Napoli, continua a seguire il tormentone dell’anno: il ballo di Aniello Cutolo, creando un mito veicolato da Andrea Mandorlini.
Anche lui visita Verona per sfidare l’Hellas in trasferta, anche lui segna ed esulta.
L’imitazione non è estremamente fedele all’originale, ma fa del suo meglio. Proviamo ad analizzare il ballo: “mani aperte dietro le orecchie per ascoltare correndo in avanti, poi indice sinistro a separare il labbro in due, toccando con la falangetta il naso, successivamente saltelli all’indietro con braccia piegate a novanta gradi e testa roteante, sincronizzazione splendida e complicata, con contemporanea rotazione del bacino ai lati in modo ritmico e, infine, volo delle braccia ruotate a 360° urlando animatamente frasi in vernacolo e abbracciando chiunque”.
La versione del Castaldo è sicuramente una bozza, rudimentale, qualitativamente inferiore, ma non è di certo un ballerino, se per questo nemmeno Cutolo. Forse il Ballerino è Mandorlini…
Questo è calcio, uno sport serio, uno sport da rispettare, tutte le volte che ho visto gente utilizzare il calcio per affrontare temi completamente diversi e complicati, qualche piccolo evento compensatore è venuto fuori.
I campani al Bentegodi riescono sempre a lasciare il segno.
Non so voi, ma quando esulterò per una mia rete su un campo di calcetto, imiterò il buon Cutolo e l’acerbo Castaldo.
Verona merita rispetto e un allenatore serio; quella Verona che ci consegnò uno scudetto tanti anni fa.
Non vinceremo mai la battaglia alla violenza negli stadi se ci saranno persone come Andrea Mandorlini.
Domenico Serra
Luigi Castaldo, nato a Giugliano, ad un passo da Napoli, continua a seguire il tormentone dell’anno: il ballo di Aniello Cutolo, creando un mito veicolato da Andrea Mandorlini.
Anche lui visita Verona per sfidare l’Hellas in trasferta, anche lui segna ed esulta.
L’imitazione non è estremamente fedele all’originale, ma fa del suo meglio. Proviamo ad analizzare il ballo: “mani aperte dietro le orecchie per ascoltare correndo in avanti, poi indice sinistro a separare il labbro in due, toccando con la falangetta il naso, successivamente saltelli all’indietro con braccia piegate a novanta gradi e testa roteante, sincronizzazione splendida e complicata, con contemporanea rotazione del bacino ai lati in modo ritmico e, infine, volo delle braccia ruotate a 360° urlando animatamente frasi in vernacolo e abbracciando chiunque”.
La versione del Castaldo è sicuramente una bozza, rudimentale, qualitativamente inferiore, ma non è di certo un ballerino, se per questo nemmeno Cutolo. Forse il Ballerino è Mandorlini…
Questo è calcio, uno sport serio, uno sport da rispettare, tutte le volte che ho visto gente utilizzare il calcio per affrontare temi completamente diversi e complicati, qualche piccolo evento compensatore è venuto fuori.
I campani al Bentegodi riescono sempre a lasciare il segno.
Non so voi, ma quando esulterò per una mia rete su un campo di calcetto, imiterò il buon Cutolo e l’acerbo Castaldo.
Verona merita rispetto e un allenatore serio; quella Verona che ci consegnò uno scudetto tanti anni fa.
Non vinceremo mai la battaglia alla violenza negli stadi se ci saranno persone come Andrea Mandorlini.
Domenico Serra
sabato 15 ottobre 2011
IL DOMENICO SPORTIVO. Serra: "Non mi piacciono certi procuratori..."
L'attesa
trepidante per la nuova sfida, che sia Parma o Bayern, è frammentata da
questi commenti sempre fuori luogo di paesanotti di turno che hanno la
forza di direzionare il potere dei risultati. Sono stufo dei controsensi
linguistici dei procuratori, del fantacalcio Balotelli - Lavezzi. A me
questi tizi non piacciono. Sono giorni delicati, c'è gente che parla di
obiettivi surreali come Champions o campionato, io volerei basso,
davvero basso.
Il Napoli è una squadra che ha ancora alcune lacune tecniche e dirigenziali, sono anni che fallisce operazioni di mercato, soprattutto se paragonate a volumi economici investiti, che sono davvero importanti. Negli ultimi anni non ha segnato nessuna operazione in stile Pozzo - Zamparini, per intenderci.
Dei limiti mediatici meglio non parlare: abbiamo bisogno di uno stadio degno di nota, di Napoli Channel su Sky, di un manto erboso dignitoso, di un calciatore serio che calci le punizioni, di giornalisti equilibrati che lascino la squadra lavorare serenamente e di un sistema democratico per la vendita dei biglietti.
Napoli - Parma è la sfida che nella mia infanzia porta a pensare ad Alain Boghossian l'attuale vice Blanc nella compagine calcistica della nazionale francese, quel geniale centrocampista dai piedi d'oro che lasciò Napoli per un anno di limbo a Genova sponda Sampdoria, per poi consacrarsi a Parma, divenendo uno dei migliori giocatori della storia della Francia. Una bandiera parmense e io per anni l'ho ammirato, invidiandolo più di Crippa, Zola, Cannavaro. Ad ognuno il suo, ogni napoletano è matto di suo.
Il Napoli è una squadra che ha ancora alcune lacune tecniche e dirigenziali, sono anni che fallisce operazioni di mercato, soprattutto se paragonate a volumi economici investiti, che sono davvero importanti. Negli ultimi anni non ha segnato nessuna operazione in stile Pozzo - Zamparini, per intenderci.
Dei limiti mediatici meglio non parlare: abbiamo bisogno di uno stadio degno di nota, di Napoli Channel su Sky, di un manto erboso dignitoso, di un calciatore serio che calci le punizioni, di giornalisti equilibrati che lascino la squadra lavorare serenamente e di un sistema democratico per la vendita dei biglietti.
Napoli - Parma è la sfida che nella mia infanzia porta a pensare ad Alain Boghossian l'attuale vice Blanc nella compagine calcistica della nazionale francese, quel geniale centrocampista dai piedi d'oro che lasciò Napoli per un anno di limbo a Genova sponda Sampdoria, per poi consacrarsi a Parma, divenendo uno dei migliori giocatori della storia della Francia. Una bandiera parmense e io per anni l'ho ammirato, invidiandolo più di Crippa, Zola, Cannavaro. Ad ognuno il suo, ogni napoletano è matto di suo.
martedì 11 ottobre 2011
Fausto Salsano, l'erede di Gianni Di Marzio
Leggo una dilagante paura per le dichiarazioni di Fausto Salsano, vice
allenatore del Manchester City, nativo di Cava dei Tirreni, che segue il Mancini allenatore dai tempi dell'Inter: seguono Hamsik e Lavezzi. Una notizia bomba, davvero inaspettata, dei grandi scopritori di nuovi talenti! Questi veramente vedono lontano, altro che Gianni di Marzio.Come se fossero Bertoldo e Bertoldino;
Come se avesse detto Roberto Insigne o Camillo Ciano. Credo che i giornali dovrebbero smetterla di condizionare il potere di questa società, ma a volte ciò che non riesci a fare nel campo, tenti di farlo da fuori, comprando giornali con pochi spiccioli.Domani avrei voluto leggere ovunque Nicolò Frustalupi dire: seguiamo Balotelli e Dzeko, forse per il futuro chissà, anche se non credo sarebbe un migliorarsi, ottimi giocatori per migliorare la nostra panchina.
Il Manchester City dovrebbe pensare a vincere le partite e far punti in classifica e non fare il fantacalcio. E non me ne vogliano ma a "seguire" in classifica, per ora sono loro.
Penso anche al celebre Ruud Gullit e ai suoi racconti sulle trasferte napoletane di anni fa, abilmente raccontate: uova e sputi sul pullman, addirittura il cuoco di Berlusconi per paura di cibo alterato, o il gesto dell'ombrello della signora con problemi di deambulazione.
Descrizioni surreali come se fosse finito in chissà quale luogo malfamato del sud. Ma lui era nel Milan, una squadra di Milano, nel nord; lui venuto dall'Olanda, un uomo del nord Europa nato in Suriname nella città di Paramaribo; proprio nord non lo definirei, tantomeno lui un olandese. Nulla contro gli oriundi, certo è da dire che lui ha parlato benissimo del Napoli calcio, ma non della splendida Napoli, tutt'altro direi.
Il gioco mediatico di chi ha paura del Napoli e che tenta di smontare questo divino giocattolo, parte da una manipolazione tramite interviste, giornali osceni, ex calciatori che si fingono allenatori, torti arbitrali enfatizzati alla follia come se avessimo acquistato Rocchi, e furti in appartamento condannati come se fossero motorini lanciati da una curva.
Dispiace per il signor Cavani, ma ormai è un padre, dovrebbe svegliarsi e casomai optare per una vigilanza. Lasciatelo in pace e venite a visitare questa città, tifosi del Parma o del Bayern, o di qualsiasi altra parte del mondo, e sfruttate la fine settimana per recarvi al San Paolo, perché quello spettacolo, al di là del risultato, non lo dimenticherete facilmente.
Domenico Serra
Come se avesse detto Roberto Insigne o Camillo Ciano. Credo che i giornali dovrebbero smetterla di condizionare il potere di questa società, ma a volte ciò che non riesci a fare nel campo, tenti di farlo da fuori, comprando giornali con pochi spiccioli.Domani avrei voluto leggere ovunque Nicolò Frustalupi dire: seguiamo Balotelli e Dzeko, forse per il futuro chissà, anche se non credo sarebbe un migliorarsi, ottimi giocatori per migliorare la nostra panchina.
Il Manchester City dovrebbe pensare a vincere le partite e far punti in classifica e non fare il fantacalcio. E non me ne vogliano ma a "seguire" in classifica, per ora sono loro.
Penso anche al celebre Ruud Gullit e ai suoi racconti sulle trasferte napoletane di anni fa, abilmente raccontate: uova e sputi sul pullman, addirittura il cuoco di Berlusconi per paura di cibo alterato, o il gesto dell'ombrello della signora con problemi di deambulazione.
Descrizioni surreali come se fosse finito in chissà quale luogo malfamato del sud. Ma lui era nel Milan, una squadra di Milano, nel nord; lui venuto dall'Olanda, un uomo del nord Europa nato in Suriname nella città di Paramaribo; proprio nord non lo definirei, tantomeno lui un olandese. Nulla contro gli oriundi, certo è da dire che lui ha parlato benissimo del Napoli calcio, ma non della splendida Napoli, tutt'altro direi.
Il gioco mediatico di chi ha paura del Napoli e che tenta di smontare questo divino giocattolo, parte da una manipolazione tramite interviste, giornali osceni, ex calciatori che si fingono allenatori, torti arbitrali enfatizzati alla follia come se avessimo acquistato Rocchi, e furti in appartamento condannati come se fossero motorini lanciati da una curva.
Dispiace per il signor Cavani, ma ormai è un padre, dovrebbe svegliarsi e casomai optare per una vigilanza. Lasciatelo in pace e venite a visitare questa città, tifosi del Parma o del Bayern, o di qualsiasi altra parte del mondo, e sfruttate la fine settimana per recarvi al San Paolo, perché quello spettacolo, al di là del risultato, non lo dimenticherete facilmente.
Domenico Serra
sabato 1 ottobre 2011
Quei grandi giocatori sottovalutati perché italiani
Il suo dente pronunciato viene da Caltagirone, da un Catania che lui ha
messo da parte per il grande Napoli; portandoci per mano in Champions
si è ritagliato pochi preziosi minuti di gioco e goal determinanti.
Giuseppe Mascara non è nato a Banskà Bystrica nella vecchia Cecoslovacchia, il suo procuratore è Lorenzo Marronaro gestore di Palombo, Diamanti, non ha mai fatto il pasticciere.
Ratatouille, come direbbe Auriemma, non ha mai amato Milano, non ha mai decantato pubblicamente di sognare per il suo futuro calcistico la città della moda. Meno male che i tifosi dimenticano.
Stasera c’è Inter vs Napoli, la maglia di Mascara non è più del Catania e non c’è nessun numero 10 alle sue spalle, il suo miracoloso goal fu un gesto tecnico che eclissò perfino il risultato: stop, palleggio, tiro parabolico arcuato che Bergomi ridimensionò descrivendo come banale cross sbagliato. Fu una rete superlativa, un miracolo balistico che forse chiese il permesso alla legge di gravità per evaderla un paio di istanti.
Queste cose mancano a Napoli dai tempi di Consonni , Trotta, Dalla Bona. Siamo una grande squadra, lottiamo per lo scudetto, siamo fortissimi in campo internazionale. E i calci di punizione? Restiamo umili, perché abbiamo limiti che l’agonismo mediatico è bravo a camuffare.
Sogno Mascara risolutore dell’ultima mezzora, una sua follia da metà campo, una punizione, un cucchiaio come quello a Catania ad una Inter incredula e mortificata; sogno una vittoria che reputo impossibile considerando la faziosità delle designazioni arbitrali; sogno e chi se ne fotte se gioca Pazzini, l’importante è che non giochi Milito e che Grava entri e faccia diventare la folta chioma bionda di Forlan in quella “moderata” di Attilio Lombardo…
Ci sono follie che ti trasformano in eroe e cambiano i ruoli di potere: allora Giuseppe, stoppa il pallone, palleggia, e conquista di nuovo San Siro con una di quelle follie che ti incoronerebbero numero dieci per una notte, quel numero che qui a Napoli non si può più scrivere dietro le maglie nemmeno nei sogni.
Domenico Serra
Giuseppe Mascara non è nato a Banskà Bystrica nella vecchia Cecoslovacchia, il suo procuratore è Lorenzo Marronaro gestore di Palombo, Diamanti, non ha mai fatto il pasticciere.
Ratatouille, come direbbe Auriemma, non ha mai amato Milano, non ha mai decantato pubblicamente di sognare per il suo futuro calcistico la città della moda. Meno male che i tifosi dimenticano.
Stasera c’è Inter vs Napoli, la maglia di Mascara non è più del Catania e non c’è nessun numero 10 alle sue spalle, il suo miracoloso goal fu un gesto tecnico che eclissò perfino il risultato: stop, palleggio, tiro parabolico arcuato che Bergomi ridimensionò descrivendo come banale cross sbagliato. Fu una rete superlativa, un miracolo balistico che forse chiese il permesso alla legge di gravità per evaderla un paio di istanti.
Queste cose mancano a Napoli dai tempi di Consonni , Trotta, Dalla Bona. Siamo una grande squadra, lottiamo per lo scudetto, siamo fortissimi in campo internazionale. E i calci di punizione? Restiamo umili, perché abbiamo limiti che l’agonismo mediatico è bravo a camuffare.
Sogno Mascara risolutore dell’ultima mezzora, una sua follia da metà campo, una punizione, un cucchiaio come quello a Catania ad una Inter incredula e mortificata; sogno una vittoria che reputo impossibile considerando la faziosità delle designazioni arbitrali; sogno e chi se ne fotte se gioca Pazzini, l’importante è che non giochi Milito e che Grava entri e faccia diventare la folta chioma bionda di Forlan in quella “moderata” di Attilio Lombardo…
Ci sono follie che ti trasformano in eroe e cambiano i ruoli di potere: allora Giuseppe, stoppa il pallone, palleggia, e conquista di nuovo San Siro con una di quelle follie che ti incoronerebbero numero dieci per una notte, quel numero che qui a Napoli non si può più scrivere dietro le maglie nemmeno nei sogni.
Domenico Serra
venerdì 30 settembre 2011
IL DOMENICO SPORTIVO. Serra "C'è in gioco lo scettro del potere calcistico"
La mia mente è divisa tra uno splendido film di Eduardo De Filippo del 1953 e un Teo Teocoli che interpreta Felice Caccamo festeggiante il Napoli vincente a Milano contro l'Inter
nel 1994. Tutti sanno che sono passati diciassette anni dall'ultima
vittoria, ostinandoci a parlare di questa società come se fosse
secolare. Io vorrei invece che l'azienda s.s.c. Napoli sia storicamente
considerata dalla sua nascita, senza parlare di un passato roseo o
triste, ereditando elogi, vittorie e debiti, che il nostro buon Aurelio
non ha accumulato in sette anni di storia. Vorrei leggere: s.s.c. Napoli
2004.
La gente per strada sente il bisogno di andare avanti; la gente vuole vincere per non pensare; la gente è stanca anche di Diego. E io mi fermo e li osservo: come ucciderebbero per una precedenza sbagliata; come utilizzano i clacson delle loro auto per compensare irragionevoli squilibri emotivi soprattutto appena scatta un semaforo verde; come la sera ogni famiglia si riunisce attorno ad un tavolo e fa di tutto pur di non ridere; come nessuno ha più voglia di comunicare perché pensa che il linguaggio verbale sia su un social network; come fanno di tutto per cercare qualcosa pur di non pensare ai debiti, al dolore, alla sofferenza, alla disoccupazione, alla recessione. Viviamo anni culturalmente bui.
E qui che il calcio Napoli ci salva, una speranza diventata filosofia, un meccanismo comunicativo che ci fa sfogare, ci dona serenità. Vedo la gente distesa; una maglia azzurra su un bimbo o il racconto di un goal di Cavani, uniscono qualsiasi classe sociale. E grazie ad Aurelio De Laurentis questa città sta risorgendo, mentre un'Italia stanca muore nel vortice dei legami col passato. Claudio Ranieri è l'emblema inverso di questa rappresentazione, il viaggio dello stilizzato inglese inciampato in un romano stretto e versatile. E' il concetto morattiano di un calcio arcaico, dove l'innovazione Benitez-gasperiniana non è accettata né dai giocatori, né da una società che oggi si sente rappresentata da traghettatori; stanca mentalmente, metaforizzabile nella classica parola: fine di un ciclo. Walter Mazzarri è parte di un altro obiettivo, che ha coinvolto una metropoli, un paese, una regione, un Regno.
Lecito avere dubbi sull'esito di Inter - Napoli. Partita imprevedibile. L'Inter ha dei problemi atletici e non regge novanta minuti; Ranieri farà una partita difensiva per poi ripartire, sceglierà il rombo forse; forse il Napoli cercherà di alzare i ritmi, di stancarli, oserà rischiando di perdere, forse perderà giocando a testa alta nel silenzio di un Meazza conscio del cambio di mano dello scettro del potere calcistico. Personalmente vorrei vedere Grava riequilibrare sfide uruguaiane probabilmente ferme a Forlan contro Gargano. Aspettando che Mazzarri riassembli lo spezzatino di un grande giocatore di nome Goran Pandev che il calcio, lo sport senza memoria, ha già dimenticato, mi affido ad una infettabile insonnia calcistica che ha già contagiato tutti. Che vinca il migliore, guidato da designazioni arbitrali storicamente senza “fortuna”.
Fonte: Azzurrissimo
La gente per strada sente il bisogno di andare avanti; la gente vuole vincere per non pensare; la gente è stanca anche di Diego. E io mi fermo e li osservo: come ucciderebbero per una precedenza sbagliata; come utilizzano i clacson delle loro auto per compensare irragionevoli squilibri emotivi soprattutto appena scatta un semaforo verde; come la sera ogni famiglia si riunisce attorno ad un tavolo e fa di tutto pur di non ridere; come nessuno ha più voglia di comunicare perché pensa che il linguaggio verbale sia su un social network; come fanno di tutto per cercare qualcosa pur di non pensare ai debiti, al dolore, alla sofferenza, alla disoccupazione, alla recessione. Viviamo anni culturalmente bui.
E qui che il calcio Napoli ci salva, una speranza diventata filosofia, un meccanismo comunicativo che ci fa sfogare, ci dona serenità. Vedo la gente distesa; una maglia azzurra su un bimbo o il racconto di un goal di Cavani, uniscono qualsiasi classe sociale. E grazie ad Aurelio De Laurentis questa città sta risorgendo, mentre un'Italia stanca muore nel vortice dei legami col passato. Claudio Ranieri è l'emblema inverso di questa rappresentazione, il viaggio dello stilizzato inglese inciampato in un romano stretto e versatile. E' il concetto morattiano di un calcio arcaico, dove l'innovazione Benitez-gasperiniana non è accettata né dai giocatori, né da una società che oggi si sente rappresentata da traghettatori; stanca mentalmente, metaforizzabile nella classica parola: fine di un ciclo. Walter Mazzarri è parte di un altro obiettivo, che ha coinvolto una metropoli, un paese, una regione, un Regno.
Lecito avere dubbi sull'esito di Inter - Napoli. Partita imprevedibile. L'Inter ha dei problemi atletici e non regge novanta minuti; Ranieri farà una partita difensiva per poi ripartire, sceglierà il rombo forse; forse il Napoli cercherà di alzare i ritmi, di stancarli, oserà rischiando di perdere, forse perderà giocando a testa alta nel silenzio di un Meazza conscio del cambio di mano dello scettro del potere calcistico. Personalmente vorrei vedere Grava riequilibrare sfide uruguaiane probabilmente ferme a Forlan contro Gargano. Aspettando che Mazzarri riassembli lo spezzatino di un grande giocatore di nome Goran Pandev che il calcio, lo sport senza memoria, ha già dimenticato, mi affido ad una infettabile insonnia calcistica che ha già contagiato tutti. Che vinca il migliore, guidato da designazioni arbitrali storicamente senza “fortuna”.
Fonte: Azzurrissimo
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mercoledì 28 settembre 2011
La “guerra del 15’- 18’” vide soccombere un sottomarino giallo.
“Il calcio è fonte divina di destabilizzazione emotiva, a me addirittura
sale la febbre a trentotto, comincio a tremare, sono colto da sudore e
xerostomia, non posso, proprio non riesco a vedere un avvenimento di
novanta minuti da solo, per avere una spalla sulla quale piangere o un
amico da abbracciare”.
Immagino Paul McCartney fare il playback de “O ‘surdato ‘nnammurato” in tribuna al San Paolo di Napoli, mimando l’opera di Aniello Califano e di Enrico Cannio al fianco di Aurelio e Gigino trasportato da sessantamila tifosi; dimenticando quella splendida e umana “Yellow submarine” rubata dal comune valenciano di Villareal per farne un mito calcistico illogico e insensato.
Il San Paolo è un luogo di miracoli inadatto all’europea competizione della Champions league: è un teatro superato di tifosi mai silenziosi che di cori partecipano plasmando il risultato; è un’arena dove si sfidano fazioni greche di spettatori sudamericani; è uno stadio strutturalmente superato e troppo pieno di ricordi; d’europeo vedo pochissimo.
E’ stato un Napoli cinico e coraggioso, fortunato a reggere una condizione fisica di un mese in ritardo rispetto al Villareal; è stato un po' il Napoli di Reja, di Gargano e Marino, che ha approfittato di una immensa voglia di vincere e di un calcio spagnolo che io proprio alle volte non digerisco.
E’ un passo molto lungo verso la quasi matematica Europa league, ma è presto per spiarsi nell’immagine di uno specchio dove ci si sogna campioni, perché come dice il mago Walter, questa è una squadra unita dove l’esigenza del singolo è sempre messa da parte per restare uniti e dare tutto.
Il calcio tedesco, di Monaco di Baviera, ci aspetta con sete di rivincita di una semifinale Uefa, così lontana nei cuori dei giovani ma così solida necessità di riscatto.La corazzata Bayern ha una qualità superiore rispetto ad un Villareal quattordicesimo in campionato e di un Manchester City che vive di singole giocate prive di armonia e piene di grandi campioni inamalgamati. Bisogna restare concentrati.
Per ora milioni di tifosi si godono questa vittoria, dedicandola a discutibili opinionisti Sky anti-Napoli; al signor Allegri e al suo decantare l'inesperienza partenopea in Champions come se lui partecipasse a questa competizione da quindici anni; a Domenico Criscito e alla sua bellissima San Pietroburgo e a tutti quelli che da Paolo Rossi hanno rifiutato Napoli; al Fabio Quagliarella e a Leandro Rinaudo e alle loro sirene juventine; alla sudditanza arbitrale italiana; a Silvio e ai preferenziali diritti mediaset premium; alla voglia di calcio pulito e alla sete di una città che ha voglia di turismo, rispetto, riscatto e cultura anche extra-calcistica. Tifiamo per il Napoli e difendiamo la nostra Napoli, aspettando che “O surdato 'nnammurato”, conquisti anche Milano.
Domenico Serra
Immagino Paul McCartney fare il playback de “O ‘surdato ‘nnammurato” in tribuna al San Paolo di Napoli, mimando l’opera di Aniello Califano e di Enrico Cannio al fianco di Aurelio e Gigino trasportato da sessantamila tifosi; dimenticando quella splendida e umana “Yellow submarine” rubata dal comune valenciano di Villareal per farne un mito calcistico illogico e insensato.
Il San Paolo è un luogo di miracoli inadatto all’europea competizione della Champions league: è un teatro superato di tifosi mai silenziosi che di cori partecipano plasmando il risultato; è un’arena dove si sfidano fazioni greche di spettatori sudamericani; è uno stadio strutturalmente superato e troppo pieno di ricordi; d’europeo vedo pochissimo.
E’ stato un Napoli cinico e coraggioso, fortunato a reggere una condizione fisica di un mese in ritardo rispetto al Villareal; è stato un po' il Napoli di Reja, di Gargano e Marino, che ha approfittato di una immensa voglia di vincere e di un calcio spagnolo che io proprio alle volte non digerisco.
E’ un passo molto lungo verso la quasi matematica Europa league, ma è presto per spiarsi nell’immagine di uno specchio dove ci si sogna campioni, perché come dice il mago Walter, questa è una squadra unita dove l’esigenza del singolo è sempre messa da parte per restare uniti e dare tutto.
Il calcio tedesco, di Monaco di Baviera, ci aspetta con sete di rivincita di una semifinale Uefa, così lontana nei cuori dei giovani ma così solida necessità di riscatto.La corazzata Bayern ha una qualità superiore rispetto ad un Villareal quattordicesimo in campionato e di un Manchester City che vive di singole giocate prive di armonia e piene di grandi campioni inamalgamati. Bisogna restare concentrati.
Per ora milioni di tifosi si godono questa vittoria, dedicandola a discutibili opinionisti Sky anti-Napoli; al signor Allegri e al suo decantare l'inesperienza partenopea in Champions come se lui partecipasse a questa competizione da quindici anni; a Domenico Criscito e alla sua bellissima San Pietroburgo e a tutti quelli che da Paolo Rossi hanno rifiutato Napoli; al Fabio Quagliarella e a Leandro Rinaudo e alle loro sirene juventine; alla sudditanza arbitrale italiana; a Silvio e ai preferenziali diritti mediaset premium; alla voglia di calcio pulito e alla sete di una città che ha voglia di turismo, rispetto, riscatto e cultura anche extra-calcistica. Tifiamo per il Napoli e difendiamo la nostra Napoli, aspettando che “O surdato 'nnammurato”, conquisti anche Milano.
Domenico Serra
sabato 24 settembre 2011
Napoli-Fiorentina, binari paralleli
“Riparto da lì, dalla giornata di ritorno di una sfida sospesa,
su un prato d’erba e di criptica e vigliacca zizzania, dove l’eroe delle
tre categorie si è fermato.
Sembro impazzito o generatore di pronostici. E’ il 15 gennaio 2011, si gioca Napoli – Fiorentina, Gianluca Grava è lì, la lesione al suo legamento crociato della gamba sinistra separa le strade tra passato e futuro, collimando un vortice di paura che sembra fiorire improvvisamente, come se esistesse la Verona – Firenze.
Oggi vorrei che si ripartisse da qui, da quella partita sospesa per incidente ad un pezzo di stadio, di società, di tifoseria, di senso civico, di abnegazione; oggi vorrei che si ripartisse da Gianluca Grava, dalla sua inquantificabile esperienza di plasmabilità di ruolo, capace di farlo diventare dal nulla di Edy, al genio di Walter.
E sento che lui vacilla, come un uomo che scende in campo senza un rene, dove sento che ci sono viaggi senza ritorno, ma questo, questo è fatto per lui. Bentornato Gianluca, anche se non giocherai”.
Torniamo al quotidiano. Vacanze di Natale con le Hogan al piede, due famiglie dal potere sportivo simile, di storie diverse, di amicizie velate, di idee calcistiche diverse.
I Della Valle comprarono nel 2002, dal vero rivale della Filmauro, l’attuale senatore Vittorio Cecchi Gori. Il viaggio dalla Florentia Viola su campi sterrati, ebbe un percorso antecedente a quello del Napoli Soccer, costretto ad ingoiare assenza di potere e sfortuna che oggi santifichiamo.
C’è chi porta una coppa colma d’acqua, lentamente, chi corre per far prima, ma arriva mezza vuota; c’è chi rammenta Bonomi contro l’Avellino e un anno in più di Purgatorio in C e chi rammenta squadre seste in serie B, ma comunque promosse nella massima serie; c’è una calciopoli con condanne inconfrontabili che speriamo non appartenga al nostro attuale calcio, almeno lo speriamo.
Andrea e Diego, da una parte, Aurelio dall’altra. Società solide, idee progettuali simili, ma risultati senza paragoni. I primi sembrano stufi, incapaci di gestire i casi Montolivo e simili, dilaganze mentali di ragazzini buffoni e sopravvalutati, seppur in fase di rinascita per un nuovo ciclo; mentre i secondi nascono col concetto di tifoseria aziendalista, di marketing e futuro produttivo.
L’evento è secondo me già scritto, il Napoli ha sete, troppa per una coppa smezzata, la Fiorentina ha scritto tantissime pagine, ma non ha trovato il Gabriel Omar Batistuta, che Checci Gori, seppe consegnare a questo torneo. Il magro erede sembra aver fatto un lungo “Salto” dall’Uruguay, per approdare però ai piedi del monte Somma, e continuare l’arte cinefila nel calcio.
Che vinca il migliore.
Domenico Serra
Fonte:TifoNapoli
Sembro impazzito o generatore di pronostici. E’ il 15 gennaio 2011, si gioca Napoli – Fiorentina, Gianluca Grava è lì, la lesione al suo legamento crociato della gamba sinistra separa le strade tra passato e futuro, collimando un vortice di paura che sembra fiorire improvvisamente, come se esistesse la Verona – Firenze.
Oggi vorrei che si ripartisse da qui, da quella partita sospesa per incidente ad un pezzo di stadio, di società, di tifoseria, di senso civico, di abnegazione; oggi vorrei che si ripartisse da Gianluca Grava, dalla sua inquantificabile esperienza di plasmabilità di ruolo, capace di farlo diventare dal nulla di Edy, al genio di Walter.
E sento che lui vacilla, come un uomo che scende in campo senza un rene, dove sento che ci sono viaggi senza ritorno, ma questo, questo è fatto per lui. Bentornato Gianluca, anche se non giocherai”.
Torniamo al quotidiano. Vacanze di Natale con le Hogan al piede, due famiglie dal potere sportivo simile, di storie diverse, di amicizie velate, di idee calcistiche diverse.
I Della Valle comprarono nel 2002, dal vero rivale della Filmauro, l’attuale senatore Vittorio Cecchi Gori. Il viaggio dalla Florentia Viola su campi sterrati, ebbe un percorso antecedente a quello del Napoli Soccer, costretto ad ingoiare assenza di potere e sfortuna che oggi santifichiamo.
C’è chi porta una coppa colma d’acqua, lentamente, chi corre per far prima, ma arriva mezza vuota; c’è chi rammenta Bonomi contro l’Avellino e un anno in più di Purgatorio in C e chi rammenta squadre seste in serie B, ma comunque promosse nella massima serie; c’è una calciopoli con condanne inconfrontabili che speriamo non appartenga al nostro attuale calcio, almeno lo speriamo.
Andrea e Diego, da una parte, Aurelio dall’altra. Società solide, idee progettuali simili, ma risultati senza paragoni. I primi sembrano stufi, incapaci di gestire i casi Montolivo e simili, dilaganze mentali di ragazzini buffoni e sopravvalutati, seppur in fase di rinascita per un nuovo ciclo; mentre i secondi nascono col concetto di tifoseria aziendalista, di marketing e futuro produttivo.
L’evento è secondo me già scritto, il Napoli ha sete, troppa per una coppa smezzata, la Fiorentina ha scritto tantissime pagine, ma non ha trovato il Gabriel Omar Batistuta, che Checci Gori, seppe consegnare a questo torneo. Il magro erede sembra aver fatto un lungo “Salto” dall’Uruguay, per approdare però ai piedi del monte Somma, e continuare l’arte cinefila nel calcio.
Che vinca il migliore.
Domenico Serra
Fonte:TifoNapoli
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venerdì 23 settembre 2011
IL DOMENICO SPORTIVO. Serra: "La verità è che il Napoli soffre i trequartisti e che Pandev gioca a nascondino"
Un
collega milanista piange d'un pareggio contro una squadra superiore,
mentre un milanese in tv se la ride; gli interisti gioiscono, quando
mollano per l'ennesima volta l'idea di nuovo qualitativo per tornare ad
un passato irripetibile; il romano è bluffato negli ultimi minuti come
uno scolaro che ha tanti banchetti nuovi e una cattedra ingombrante,
scomoda e inutile, che ha una targa con su scritto Francesco Totti; il
laziale ondeggia in un limbo sublime gestito da un saggio allenatore
senza coraggio; il bianconero pone le condizioni per vincere,
distribuendo schiaffi morali in ogni direzione, perfino alcuni veri,
immuni da squalifiche, sui volti di increduli avversari...
E poi ci sono gli azzurri rientrati da Verona, umiliati da quei ragazzi del quartiere Chievo, di un Di Carlo che ha mimato come una statuetta Pioli targato 2010-2011, per vincere una partita giocata contro un avversario che giocava senza porta altrui.
Disagi surreali legati ad un turnover forzato, a cambi numerici eccessivi, a schiaffi morali legati a scelte tecniche opinabili, quando il problema è stata semplicemente la posizione di Moscardelli, anche questa volta.
Tifosi, addetti ai lavori, giornalisti, criminalizzano i cambi considerevoli e improvvisi, senza pensare che l'unico che ha giocato quattro partite di seguito, ne ha subito distruttive conseguenze muscolari.
L'infortunio di Maggio ha sbilanciato l'assetto tattico, con Dzemaili spostato a destra e schiacciato sulla linea d'attacco, si è presentata l'incapacità di fare filtro sul terzino Fernandez. E poi, non me ne vogliate, ma un portiere lucido, che non ha giocato quattro partite di seguito, urla su quel cross chiamandosi la palla, non lascia Fideleff nelle condizioni di intervenire in una posizione non sua. Ad ogni modo, l'Ignacio sosia di Forlan, resta il migliore in campo, maestro d'anticipo ed un interessante sinistro, una partita sontuosa, dove un solo errore, deve essere premiato con la conferma sabato sera a Fuorigrotta.
La verità è che non possiamo ammettere che questa squadra può vincere il campionato, il pubblico e le sue pressioni mediatiche, distruggerebbero questa cornice d'azienda perfetta. Una squadra che in campo europeo vive il morbo del vizio del pareggio, in campionato può strafare, senza illusioni, ma concretamente, Ezequiel Achille Lavezzi permettendo.
Siamo fatti così, abbiamo anche noi nelle mani il destino di questa società, fingiamo che siano singole finali, ridimensioniamo una squadra sufficiente, costruita per vincere un campionato veramente ai limiti della mediocrità tecnico-tattica, sperando che Goran Pandev torni a fare il campione e smetta di giocare a nascondino.
Domenico Serra
Fonte:Azzurrissimo
E poi ci sono gli azzurri rientrati da Verona, umiliati da quei ragazzi del quartiere Chievo, di un Di Carlo che ha mimato come una statuetta Pioli targato 2010-2011, per vincere una partita giocata contro un avversario che giocava senza porta altrui.
Disagi surreali legati ad un turnover forzato, a cambi numerici eccessivi, a schiaffi morali legati a scelte tecniche opinabili, quando il problema è stata semplicemente la posizione di Moscardelli, anche questa volta.
Tifosi, addetti ai lavori, giornalisti, criminalizzano i cambi considerevoli e improvvisi, senza pensare che l'unico che ha giocato quattro partite di seguito, ne ha subito distruttive conseguenze muscolari.
L'infortunio di Maggio ha sbilanciato l'assetto tattico, con Dzemaili spostato a destra e schiacciato sulla linea d'attacco, si è presentata l'incapacità di fare filtro sul terzino Fernandez. E poi, non me ne vogliate, ma un portiere lucido, che non ha giocato quattro partite di seguito, urla su quel cross chiamandosi la palla, non lascia Fideleff nelle condizioni di intervenire in una posizione non sua. Ad ogni modo, l'Ignacio sosia di Forlan, resta il migliore in campo, maestro d'anticipo ed un interessante sinistro, una partita sontuosa, dove un solo errore, deve essere premiato con la conferma sabato sera a Fuorigrotta.
La verità è che non possiamo ammettere che questa squadra può vincere il campionato, il pubblico e le sue pressioni mediatiche, distruggerebbero questa cornice d'azienda perfetta. Una squadra che in campo europeo vive il morbo del vizio del pareggio, in campionato può strafare, senza illusioni, ma concretamente, Ezequiel Achille Lavezzi permettendo.
Siamo fatti così, abbiamo anche noi nelle mani il destino di questa società, fingiamo che siano singole finali, ridimensioniamo una squadra sufficiente, costruita per vincere un campionato veramente ai limiti della mediocrità tecnico-tattica, sperando che Goran Pandev torni a fare il campione e smetta di giocare a nascondino.
Domenico Serra
Fonte:Azzurrissimo
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domenica 18 settembre 2011
Rivogliamo l’educazione civica calcistica
Mi ritrovo qui, ad un festoso tavolo serale, divido un discutibile vino locale con trenta giovani amici e amiche simil sobri.
Siamo vicinissimi a Castellammare di Stabia, qui il vanto di una foto del Quagliarella all’ingresso, è quasi onorifica, sublime sigillo di qualità. A Napoli sono state rimosse da tempo, sostituite con foto di gente comune, sconosciuta, ma con un cuore, con una fede, con le ginocchia sane.
Sono assente, distratto, elucubrato in un vortice sferico, assuefatto da una malattia chiamata posticipo domenicale…
Sono già a domani sera, al Napoli – Milan, all’analisi di una sfida toscana di dubbio gusto, ma dobbiamo abituarci, il calcio è immensamente peggiorato, in classe, forma, rispetto, stile e qualità culturale.
Dinanzi a me c’è addirittura una tifosa del Milan, che brutti momenti.
Oggi il calcio è diventato offesa, sfottò, ci sono allenatori toscano-cagliaritani, disposti a nascondere il pallone di gioco, pur di rubare minuti all’avversario; ci sono violenti interventi che meriterebbero la radiazione, come quello di Lucio a Stekelenburg.
Penso alle sfide di molti anni fa, agli abbracci tra Gullit e Maradona, allo stile di Sacchi e a quello di Bianchi, ad un calcio ad uomo roccioso, alla sconfitta del primo maggio del 1988 per 2-3, a quello scudetto perso nelle ultime cinque giornate in un modo quasi surreale, ma onesto…
Perché parliamoci chiaro, quel Milan era superiore, vinse meritatamente, non ci furono errori di nessuna terna arbitrale, nessuna discutibile scelta tattica, era solo un Milan forte, di un presidente onesto e più solido del nostro, tutto qui.
Poi qualche anno fa, spunta il pentito Pugliese e dice di accordi tra Ferlaino e Fininvest, accordi che portarono immensi movimenti economici nelle casse di Corrado. Poi il totonero, la droga, ma tanto il caso venne archiviato e nessuno ricorda nulla. Addirittura giocatori coinvolti. E io devo sentir parlare sempre e solo della Juventus moggiana… Ma il Milan era più forte…
E allora la mia mente e il mio youtube, che mi allontana dal divertimento serale in modo quasi spocchioso e scortese, mi dirige al 27 marzo 1994, al miracolo Di Canio o a tempi recenti della nostra nuova e sana società, che forse con Reja ha umiliato Silvio, strappandogli via la nostra competizione.
E’ una sfida tra il passato e il futuro, tra debiti e onestà, tra corruttori che oggi sono corrotti e troppe telecamere, troppi occhi, troppi passati evidenti, per fotterci ancora. Comunque vada, siamo il futuro…
E ad ogni modo, sarà stata la foto-sigillo di garanzia, ma noi, abbiamo mangiato un vero schifo.
Forza Napoli
Domenico Serra
Siamo vicinissimi a Castellammare di Stabia, qui il vanto di una foto del Quagliarella all’ingresso, è quasi onorifica, sublime sigillo di qualità. A Napoli sono state rimosse da tempo, sostituite con foto di gente comune, sconosciuta, ma con un cuore, con una fede, con le ginocchia sane.
Sono assente, distratto, elucubrato in un vortice sferico, assuefatto da una malattia chiamata posticipo domenicale…
Sono già a domani sera, al Napoli – Milan, all’analisi di una sfida toscana di dubbio gusto, ma dobbiamo abituarci, il calcio è immensamente peggiorato, in classe, forma, rispetto, stile e qualità culturale.
Dinanzi a me c’è addirittura una tifosa del Milan, che brutti momenti.
Oggi il calcio è diventato offesa, sfottò, ci sono allenatori toscano-cagliaritani, disposti a nascondere il pallone di gioco, pur di rubare minuti all’avversario; ci sono violenti interventi che meriterebbero la radiazione, come quello di Lucio a Stekelenburg.
Penso alle sfide di molti anni fa, agli abbracci tra Gullit e Maradona, allo stile di Sacchi e a quello di Bianchi, ad un calcio ad uomo roccioso, alla sconfitta del primo maggio del 1988 per 2-3, a quello scudetto perso nelle ultime cinque giornate in un modo quasi surreale, ma onesto…
Perché parliamoci chiaro, quel Milan era superiore, vinse meritatamente, non ci furono errori di nessuna terna arbitrale, nessuna discutibile scelta tattica, era solo un Milan forte, di un presidente onesto e più solido del nostro, tutto qui.
Poi qualche anno fa, spunta il pentito Pugliese e dice di accordi tra Ferlaino e Fininvest, accordi che portarono immensi movimenti economici nelle casse di Corrado. Poi il totonero, la droga, ma tanto il caso venne archiviato e nessuno ricorda nulla. Addirittura giocatori coinvolti. E io devo sentir parlare sempre e solo della Juventus moggiana… Ma il Milan era più forte…
E allora la mia mente e il mio youtube, che mi allontana dal divertimento serale in modo quasi spocchioso e scortese, mi dirige al 27 marzo 1994, al miracolo Di Canio o a tempi recenti della nostra nuova e sana società, che forse con Reja ha umiliato Silvio, strappandogli via la nostra competizione.
E’ una sfida tra il passato e il futuro, tra debiti e onestà, tra corruttori che oggi sono corrotti e troppe telecamere, troppi occhi, troppi passati evidenti, per fotterci ancora. Comunque vada, siamo il futuro…
E ad ogni modo, sarà stata la foto-sigillo di garanzia, ma noi, abbiamo mangiato un vero schifo.
Forza Napoli
Domenico Serra
martedì 13 settembre 2011
Un viaggio verso un sogno nel teatro dei campioni
Credo di essere malato. Rammento lenti giorni d’agosto, in riva al mare, a leggere il libro di turno sorseggiando granita al limone
addolcita con tassoni, mentre il bagnante non campano di turno chiedeva in prestito il mio quotidiano rosa, confondendolo con la
Gazzetta dello sport; rammento le sue mediatrici risposte del tipo “il Sole che?”.
Mi viene in mente il goal di Guana al Manuzzi di Cesena, a quel sobrio tifoso che annullava ogni esultanza con un arrogante dito medio in primo piano, da tutti condannato, da tutti idolatrato.
Credo di essere malato, per la mia temperatura corporea aumentata prima di una sfida del Napoli, per la pelle d’oca ad una finta del Pocho, per un tremore irragionevole che sia Cesena o Milan.
E ad ogni modo, Manchester potrebbe anche essere una ripetizione del trofeo Gamper, Napoli se ne frega.
“Alè, alè, oh oh, alè, alè, oh, oh. Sono pazzo di te, innamorato di te e mai ti lascerò”. Ascolto un coro di una fede calcistica che mancava da anni, di un popolo che chiede aiuto, che cerca punti di riferimento, che ha voglia di riscatto, che chiede spazio anche mediatico, che nasconde in un coro un richiamo fatto di speranza.
Ci sono società che comprano le emozioni con galloni di petrolio, vestiti giacca e cravatta per rendere credibile il criptico trucco colonizzatore, iniettandosi nella cultura anglosassone come se fossero virus. Qui l’ingresso è dalla porta principale, da Castelvolturno, da stadi in terreno e palloni ovali, da sudore e calci di tacchetti consumati, da maglie senza nomi alle spalle.
Il calcio da queste parti è una filosofia. Questa è una delle pochissime metropoli al mondo che non è calcisticamente divisa. Sarebbe improponibile. Siamo uniti in un tunnel a cantare
semplici inni, con centinaia di voci di ragazzini, donne, uomini, di un popolo che cerca riscatto, che si indebita per tifare, per avere qualcosa in cui credere; siamo uniti sulle nostre poltrone tifando per la stessa squadra, datore e dipendente, poliziotto e ladro, marito e suocera, tradito e amante, padre e figlia. Siamo tornati uniti, cantando ciò che la storia scritta dai Savoia ha cercato di cancellare.
Il calcio non è più un semplice sport, non qui.
Ma la nostra forza deve restare questa, presenti ma regali, ordinati come la Partenope greca, ma sudamericani come il suo cuore disperato e danzante; un pubblico rumoroso, ma pulito come le sue strade, un pubblico malato, malato come me.
Domenico Serra
addolcita con tassoni, mentre il bagnante non campano di turno chiedeva in prestito il mio quotidiano rosa, confondendolo con la
Gazzetta dello sport; rammento le sue mediatrici risposte del tipo “il Sole che?”.
Mi viene in mente il goal di Guana al Manuzzi di Cesena, a quel sobrio tifoso che annullava ogni esultanza con un arrogante dito medio in primo piano, da tutti condannato, da tutti idolatrato.
Credo di essere malato, per la mia temperatura corporea aumentata prima di una sfida del Napoli, per la pelle d’oca ad una finta del Pocho, per un tremore irragionevole che sia Cesena o Milan.
E ad ogni modo, Manchester potrebbe anche essere una ripetizione del trofeo Gamper, Napoli se ne frega.
“Alè, alè, oh oh, alè, alè, oh, oh. Sono pazzo di te, innamorato di te e mai ti lascerò”. Ascolto un coro di una fede calcistica che mancava da anni, di un popolo che chiede aiuto, che cerca punti di riferimento, che ha voglia di riscatto, che chiede spazio anche mediatico, che nasconde in un coro un richiamo fatto di speranza.
Ci sono società che comprano le emozioni con galloni di petrolio, vestiti giacca e cravatta per rendere credibile il criptico trucco colonizzatore, iniettandosi nella cultura anglosassone come se fossero virus. Qui l’ingresso è dalla porta principale, da Castelvolturno, da stadi in terreno e palloni ovali, da sudore e calci di tacchetti consumati, da maglie senza nomi alle spalle.
Il calcio da queste parti è una filosofia. Questa è una delle pochissime metropoli al mondo che non è calcisticamente divisa. Sarebbe improponibile. Siamo uniti in un tunnel a cantare
semplici inni, con centinaia di voci di ragazzini, donne, uomini, di un popolo che cerca riscatto, che si indebita per tifare, per avere qualcosa in cui credere; siamo uniti sulle nostre poltrone tifando per la stessa squadra, datore e dipendente, poliziotto e ladro, marito e suocera, tradito e amante, padre e figlia. Siamo tornati uniti, cantando ciò che la storia scritta dai Savoia ha cercato di cancellare.
Il calcio non è più un semplice sport, non qui.
Ma la nostra forza deve restare questa, presenti ma regali, ordinati come la Partenope greca, ma sudamericani come il suo cuore disperato e danzante; un pubblico rumoroso, ma pulito come le sue strade, un pubblico malato, malato come me.
Domenico Serra
giovedì 8 settembre 2011
La celebrazione del potere inventato dai mass-media
Sostenute apparizioni mediatiche di
millantatori ingannevoli, illazioni decantatrici di un Napoli calcio
titolato per grandi traguardi, promiscue certezze di essere una
grande squadra, illudendo milioni di tifosi capaci di sognare in
grande.
La verità è un'altra e credo che il
tifoso l'abbia dimenticata.Il Napoli è un'ottima squadra, che gioca
un calcio tecnicamente superato, ma veloce e interessante.Vorrei che
Walter Mazzarri bacchettasse tutti, da mister non indovino mai
Venerato, all'idea perfetta d'azienda calcistica Ferguson.
Inverosimili queste aspettative, inavvicinabili e prive di fondamenta
solide.
L'anno scorso siamo stati fortunati,
nove vittorie dopo il novantesimo minuto possono essere anche legate
alla fortuna, ad una brillante condizione atletica, certo forse il
Napoli ha meritato il terzo posto, ma decantarci grande squadra è da
malati di calcio senza storia e cultura sportiva.
Una partita di Champions league
equivale a due partite di Europa league e a tre di campionato, la
gestione delle forze fisiche è estremamente complicata e le risorse
mentali in Europa sono pressochè naive.
L'immensa fortuna è la vicinanza,
Villareal, Monaco di Baviera e Manchester non sono angoscianti
trasferte russe, questo aiuta i muscoli e la mente. L'equilibrio tra
le tre è un altro fattore di concreta importanza, la seconda
classificata potrebbe passare il turno con una vittoria e tre
pareggi.Sarebbe la realizzazione di un sogno.
Il capitolo campionato lascia speranze
surreali, Juventus e Roma hanno organici superiori, Inter e Milan su
un altro gradino, ma le aspettative non corrispondono sempre a
risultati qualitativamente certi.
Penso ad un anno fa: "Sosa, Yebda,
Cribari, Dumitru e Lucarelli", un fallimento totale che ha
strizzato oltre le aspettative i titolari inamovibili, con risultati
lodevoli.
Certo, oggi gli acquisti sono stati
fatti con senso logico-tattico, sposando le idee del tecnico, ma al
primo passo falso?
Credo che se il Napoli arrivasse agli
ottavi di finale in Champions, raggiungesse la semifinale di Coppa
Italia e si piazzasse al quinto posto in campionato, sarebbe
deliziosamente superbo. Come chiedere di più ad una società giovane
quanto un bimbo acerbo che studia alle elementari?
La struttura aziendale partenopea è
destinata a grandi risultati, ma diamo tempo e siamo pazienti, perché
già immagino cosa significherebbe cadere a Cesena e Manchester.
Troppe aspettative sancirono nel
passato la nostra fine; cerchiamo di diventare anche noi tifosi un
attendista e sudamericano pubblico da Champions League...
Domenico Serra.
venerdì 2 settembre 2011
Aurelio, alza la voce.
La prima sera di settembre duemilaundici, un caldo moderato è accentuato
dal brusìo di un pc portatile che soffre alte temperature, in tv
la reclame dei prossimi incontri di Champions League, inverosimile
leggere Manchester City vs Napoli, brividi improvvisi, tremore d'emozione,
xerostomia dissetante, perché è la realizzazione di un sogno. E in sei
partite sogneremo come all'ombra del Vesuvio, quel vulcano così amato dal Giannino, quell'uomo geniale con la testa montata al contrario che prega in possibili eruzioni.
Tuona Aurelio, più del Vesuvio del demente economista, il calcio italiano sta per fallire, dice, minaccia e dichiara guerra, accusa Silvio Berlusconi di fare "il calmiere de filippiano" della pay-tv, quando poi quest'uomo davvero questa volta non c'entra nulla.
La proprietà della Mediaset spa, è di PierSilvio Berlusconi e nulla c'entra con Silvio Berlusconi;l'avvento del digitale terrestre, nato lo stesso anno di Mediaset premium ad opera di Giovanni Cotone e Paolo Berlusconi, non c'entra con Silvio Berlusconi.
Le illazioni del presidente del Napoli non sono accettabili.
E' come se vivessimo in Italia, come se fosse esistito Bettino Craxi o la legge Mammì, la P2 o la banca Rasini.
La realtà è che Aurelio de Laurentis ha cominciato a giocare a calcio, con veemenza e sfacciataggine, con aggressività paurosa,con un doppio passo e un colpo di testa, con una simulazione per fottersi un rigore, con un fallo di mano alla Maradona. La gente non ride più, non è più una fuga in motorino, la gente teme il Napoli.
Corrado Ferlaino percorse strade diverse, salendo a carponi piani eccessivamente alti, dove forse regna chi ha pochi capelli o chi forse se li impianta e non è di certo il Dino Manuzzi di Cesena. Quegli anni consegnarono scudetti a Napoli, a Verona, a Genova.
Da queste parti, di questi tempi, l'erba e i capelli sono veri; qui il campionato è cominciato. Partiamo con qualche potere mediatico allusivo di vantaggio, perché questo Napoli fa paura, soprattutto se è sceso in campo il primo di settembre, mentre gli altri pensavano ai milioni di euro di diritti di noccioline del potere, per pagare De Benedetti o che hanno pagato Tarantini...
Evviva il paese delle favole.
Tuona Aurelio, più del Vesuvio del demente economista, il calcio italiano sta per fallire, dice, minaccia e dichiara guerra, accusa Silvio Berlusconi di fare "il calmiere de filippiano" della pay-tv, quando poi quest'uomo davvero questa volta non c'entra nulla.
La proprietà della Mediaset spa, è di PierSilvio Berlusconi e nulla c'entra con Silvio Berlusconi;l'avvento del digitale terrestre, nato lo stesso anno di Mediaset premium ad opera di Giovanni Cotone e Paolo Berlusconi, non c'entra con Silvio Berlusconi.
Le illazioni del presidente del Napoli non sono accettabili.
E' come se vivessimo in Italia, come se fosse esistito Bettino Craxi o la legge Mammì, la P2 o la banca Rasini.
La realtà è che Aurelio de Laurentis ha cominciato a giocare a calcio, con veemenza e sfacciataggine, con aggressività paurosa,con un doppio passo e un colpo di testa, con una simulazione per fottersi un rigore, con un fallo di mano alla Maradona. La gente non ride più, non è più una fuga in motorino, la gente teme il Napoli.
Corrado Ferlaino percorse strade diverse, salendo a carponi piani eccessivamente alti, dove forse regna chi ha pochi capelli o chi forse se li impianta e non è di certo il Dino Manuzzi di Cesena. Quegli anni consegnarono scudetti a Napoli, a Verona, a Genova.
Da queste parti, di questi tempi, l'erba e i capelli sono veri; qui il campionato è cominciato. Partiamo con qualche potere mediatico allusivo di vantaggio, perché questo Napoli fa paura, soprattutto se è sceso in campo il primo di settembre, mentre gli altri pensavano ai milioni di euro di diritti di noccioline del potere, per pagare De Benedetti o che hanno pagato Tarantini...
Evviva il paese delle favole.
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