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martedì 26 luglio 2011

Il simbolo sportivo in un mondo malato

Un segno della croce cristiana prima di entrare in un campo di calcio simboleggia un riflesso mediatico, un gesto scaramantico o fede autentica? Il successo è un male difficile da gestire, siamo diventati una società di deboli, di drogati, di dipendenti, di infedeli, di mistificatori della santità, di incapaci nella gestione dei sentimenti. Mentre Amy Winehouse crea ferite diseducative più forti del pilotato Breivik, la mia mente chiede aiuto ai racconti della mia nonna Ida, saggia e moderna, che ha ancora addosso fuliggine e sangue dei morti della seconda guerra mondiale. Sostiene che il male torni ad essere presente, come un incubo dimenticato, come un vortice distruttivo. Purtroppo voi penserete quanto possa c'entrare il calcio. Il calcio non si è fermato quasi mai, nemmeno sotto le bombe. Oggi è anche peggio, insegna più di un libro, perché può arrivare a chiunque, non è più uno sport è un simbolo, un modello di vita, un modo per individuare un esempio, soprattutto per giovanissimi. Il calcio è una filosofia, un modo per non pensare al precariato, al dolore, alla sofferenza, alla monnezza, alla morte.
Ricordo quando Paul Gascoigne arrivò in Italia, alla sua prima partita interruppe una azione offensiva fermando il pallone con le mani, lo bloccò come se fosse un portiere, questo perché un avversario era a terra infortunato. Ora leggo di suoi vizi indecenti, di una aggressività disarmante e di conseguenze disastrose per se stesso e per chil'ha amato.
E ricordo Zinedine Zidane, squallido esempio per milioni di persone, un uomo capace di distruggere una carriera in un secondo. O il positivo simbolo di Legrottaglie e la sua fede e castità capaci di trasformarlo in un alieno.
La verità è che Dio sceglie la strada del successo e la dona a chi crede possa meritarla, ma poi lascia la possibilità di autogestirsi, d'essere liberi, di sfidare la sofferenza per quando eclisserà. Perché il successo dura poco, soprattutto se non lo sai gestire.
Penso alle parole di Edinson Cavani dopo la vittoria in coppa America, il suo illuminante Uruguay sul tetto del mondo, lo scettro vincente di un continente pieno di problemi e lui? Lui saluta la città di Napoli, con un sorriso genuino, puro, idilliaco, di un ragazzino divenuto padre da poco tempo, padre di un napoletano.
Vorrei che i giovani si identificassero in lui, vorrei che diventasse un modello da imitare, pur non essendo radicalmente convinto delle teorie degli Evengelici Pentecostali. Ma spesso si segue un idioma volgare, xenofobo, aggressivo, capace di andare perfino oltre al talento espresso in campo. Sono convinto che il calcio possa essere un modello di speranza e cultura, in un mondo che è completamente malato dell'incapacità di gestire i sentimenti, figuriamoci il potere economico-mediatico. Edison Cavani può diventare il simbolo che questa città non ha mai ricercato o forse ha cercato in uomini immensamente fragili; per adesso almeno speriamo, che non smetta di gonfiare le reti... Auguri Matador.

Domenico Serra